Giorni selvaggi : libro sul surf recensione

“Giorni selvaggi. Una vita sulle onde” (“Barbarian days” il titolo originale, casa editrice 66th and 2nd) è un libro scritto da William Finnegan, reporter per il New Yorker, prima in Sudan e Somalia a raccontare le guerre in atto in quei paesi, poi nel Sud Africa dell’apartheid e infine in Messico a documentare la violenza del mondo del narcotraffico.

Dunque una vita strettamente legata al rischio, probabilmente diretta conseguenza della passione e dell’amore più grande della’autore: il surf. Il libro è l’autobiografia di Finnegan, un romanzo di formazione, oppure la storia di un amore viscerale per il mare e per il surf. Sicuramente “Giorni Selvaggi” è tutto questo e anche di più.

Il racconto parte dall’adolescenza di Finnegan, quando per motivi di lavoro del padre (era produttore televisivo) si trasferisce con la famiglia dalla California alle Hawaii. Ed è qui, in questo meraviglioso arcipelago dell’Oceano Pacifico, che l’amore del giovane Finnegan si rivela in tutta la sua maestosa forza. Le Hawaii sono la culla del surf, il luogo in cui è nato questo meraviglioso sport (o forse è meglio definirlo arte?), meta assolutamente obbligata nella vita di ogni vero surfista.

Finnegan arriva alle Hawaii all’inizio della sua adolescenza, appena terminata la cresima. In questo periodo di transizione per ogni adolescente, si accorge che in fondo non credeva in Dio. Nessun problema però, perché questo vuoto verrà colmato da un’altra divinità: l’oceano e le sue onde. Qui inizia il viaggio di conoscenza di se stesso e del mare, produttore instancabile di onde, una sfida dietro l’altra affrontata su di una tavola di legno.

Qui il giovane Finnegan scoprirà la vera bellezza dell’oceano e delle sue onde, ma anche la pericolosità insita in questa attività. Il mare visto come l’amore più grande ma allo stesso tempo come nemico spietato, insensibile, pronto a buttarti giù dalla tavola senza troppi complimenti. È proprio questo doppio volto dell’oceano che affascina e fa innamorare.

Il lato crudele dell’oceano è quello che fa crescere ogni surfista, gli fa capire quali sono i suoi limiti e come può affrontarli per superarli e andare avanti nella conoscenza del mare, delle onde e infine di se stessi. Dal racconto di William Finnegan emergono tutte queste sensazioni, un percorso di crescita come uomo e come surfista. Ed è il surf il filo conduttore di tutto il romanzo, il motivo dietro tante scelte dell’autore-protagonista.

Ad un certo punto della sua vita Finnegan decide di dedicare, o meglio consacrare, il suo tempo al surf, al mare e alle onde. Abbandona tutto e inizia dunque una ricerca che lo porterà in giro per il mondo, attraverso i luoghi culto dei surfisti, a partire dalle coste del Pacifico fino all’Australia, dalle Isole Figi fino a Samoa e Sumatra. Luoghi questi in cui il protagonista è alla continua ricerca della sfida con l’amato nemico oceano.

Ma in questo libro non c’è solo l’oceano, le onde e il surf. È importante anche lo scenario in cui si sviluppa il racconto. William Finnegan è nato nel 1952, dunque vive la sua giovinezza a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Un periodo rivoluzionario, specie per un giovane nato negli Stati Uniti, patria della rivoluzione hippy, dell’amore universale e anche della psichedelia e delle droghe ad essa collegate. Finnegan non fa mistero di aver fatto utilizzo di LSD, addirittura surfava sotto effetto degli acidi e nel libro compare a tal proposito il racconto di queste esperienze.

La descrizione che ne fa l’autore è al limite del mistico, quasi fosse lo scontro finale tra uomo e natura o forse più che lo scontro l’unione, la fusione tra queste due entità.

Certo la descrizione che si legge deve molto alle sensazioni date dall’acido, ma ciò non toglie che sia un passaggio del libro davvero intenso e affascinante, come tra l’altro lo è tutto il racconto. Questo romanzo è per chi, come William Finnegan, vede nel mare e nelle sue onde da affrontare una ragione di vita, quasi una religione.

Proprio come una religione, il mare impone dedizione costante e rispetto, per cercare di arrivare a scoprire la vera essenza della natura, per provare emozioni sempre nuove, proprio come le onde del mare sempre diverse l’una dall’altra. A testimonianza della qualità e della bellezza del racconto di William Finnegan, “Giorni selvaggi” ha vinto il premio Pulitzer 2016 nella sezione biografia e il premio William Hill Sports come libro dell’anno 2016.

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